La celiachia in valigia – istruzioni per l’uso

Sono celiaca da più di 5 anni, da quando il primo anno di Ingegneria mi ha portato a un calo esponenziale della mia vita sociale, due diottrie in meno e una diagnosi di celiachia in più.

A differenza di quanto la mia scelta universitaria possa far credere, sono una ragazza sempre in cerca della prossima avventura, con una sindrome fortissima e ben radicata di wanderlusting, già da quando all’età di 10 mesi ho preso il mio primo volo intercontinentale.

Questo mi porta ad avere perennemente la valigia pronta in fondo al letto, casomai ci sia modo di acchiappare un’occasione last-minute per la prossima meta ancora nascosta dietro la scratch map.

Negli anni la mia valigia non è mai cambiata granché, amo viaggiare “leggera”, con pochi indumenti comodi e sneakers di scorta, di modo da avere tutto lo spazio extra necessario per gli acquisti fatti all’estero. A maggior ragione poi nei miei ultimi viaggi (vedi Vienna e Cambogia, intrapresi lo scorso anno, e Interrail, nell’estate 2016), avendo adottato la modalità “zaino in spalla” come la mia prediletta: poco spazio e tanta consapevolezza che ogni maglietta in più è un peso non indifferente sulle proprie spalle! Negli ultimi anni, però, nonostante le dimensioni da imbarco della valigia da stiva (dove potrei tranquillamente rannicchiarmici dentro) lo spazio tende a scarseggiare, per una presenza costante quanto ingombrante: la celiachia.

Ecco come vivo la mia vita dopo la diagnosi, come una zavorra aggiuntiva nella mia valigia, composta da alimenti senza glutine presi dalla dispensa di casa e da cui fatico a staccarmi, dalla paura di non reperire sufficiente cibo per sopravvivere ai giorni in viaggio, dalla pazienza di dover spiegare sempre la mia condizione “particolarmente sensibile” ai ristoratori poco informati.

 

 

Non che questa zavorra mi abbia mai impedito di spiccare il volo per la prossima meta! Anzi, è diventata quasi una sfida per me (competitiva come sono) di riuscire a dimostrare quanto la celiachia non limiti minimamente la mia voglia di avventura.

La mia cara compagna di viaggio è venuta con me anche durante i miei sei mesi in California, distante diecimila kilometri da casa e nove ore di fuso dagli affetti.

Non nego che all’inizio io e lei (sì, perché ormai questa malattia autoimmune si è personificata nella mia fidata compagna di avventure) abbiamo avuto qualche piccolo inconveniente, sfociato poi in battibecchi e anche incidenti di percorso.

Primo tra tutti, la preparazione della valigia. Sfido chiunque di sesso femminile ed età compresa tra i 20 e i 30 anni a racchiudere entro 23 kg un armadio intero, i frammenti indispensabili di una vita e quei ricordi salvifici nei momenti di maggior nostalgia (anche se penso che in questo caso il corrispettivo inglese sia più azzeccato: homesick). Ah giusto, senza contare il fatto che in quei sei mesi avrei dovuto sostenere gli esami della University of California Berkeley, uno degli atenei più rinomati quanto tosti del mondo.

 

 

A ciò va aggiunto il fagottino che la celiachia, da brava viaggiatrice, si è ostinata a voler portare con sé: confezioni di pasta secca, pane a fette, barrette e snack di vario genere. In altre parole, il kit di sopravvivenza fuori casa!

Oltre al problema evidente di spazi e peso del cibo senza glutine nella valigia, che toglie posto ad indumenti necessari o libri su cui studiare, si è aggiunto il controllo extra doganale al mio arrivo sul suolo americano.

Nel caso non abbiate mai viaggiato negli Stati Uniti, ancora in aereo le hostess e gli stewart fanno compilare a chiunque un fogliettino fronte e retro in cui sono da dichiarare le cose più disparate: di non essere un terrorista, di non avere un quintale di eroina nel marsupio, di non avere insetti o parassiti, di non avere del cibo. Avendo dichiarato il fagottino della mia “zavorra” celiachia, ho dovuto affrontare controlli extra ed ore aggiuntive di attesa (una vera meraviglia dopo 15 ore di volo!), per poi scoprire che il cibo confezionato senza glutine non rientra nel “cibo da dichiarare” (carne, pesce, frutta e ortaggi freschi, insaccati, latticini e tanto altro). Pericolo scampato dunque! Sono potuta arrivare sana e salva a Berkeley con tutto il necessario per non morire di fame in caso non trovassi neanche un pasto senza glutine in tutta la West Coast.

Inutile dire che nei miei sei mesi di vita californiana non abbia mai, e dico MAI, avuto bisogno di tutto quel cibo che mi ero portata dalla mia amata madrepatria. Non che sia capitata in un paese magico abitato esclusivamente da folletti e celiaci. Ma semplicemente perché abituandosi a stare lontana da casa e dalle comodità ci si adatta alle situazioni, apprezzando maggiormente i prodotti scovati tra gli scaffali di un supermercato locale, tarato sulle esigenze e le abitudini di un paese e una cultura lontana (non soltanto geograficamente parlando) migliaia di miglia dalla tua.

Quindi, mi sento di darvi un consiglio che ho maturato sulla mia pelle con l’esperienza di tanti viaggi in compagnia della celiachia: non abbiate paura! Ovunque andiate, troverete sempre un pacco di pasta senza glutine con cui sopravvivere anche nelle peggiori circostanze.



4 thoughts on “La celiachia in valigia – istruzioni per l’uso”

  • no vabbè, questo post è il top! ahah la foto dei cibi è uguale a come li metto io sul tavolo prima di inseririli in valigia ahah la disposizione è uguale giuro! comunque davvero un bel post, hai unito l’ironia con, ahimè, quello “sbatti” che talvolta la celiachia è. ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine ed è giusto affrontarla non come un impedimento ma come uno stile di vita, una cosa nostra. ricordo i primi anni che mi hanno diagnosticato la celiachia, mi sentivo sempre fuori posto e per autoconvincermi dicevo tra me e me “la celiachia mica ce l’hanno tutti, io sono speciale”. ahah
    un bacio cara!

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